... non sono gli anni,baby, sono i chilometri... (cit.)

domenica 14 agosto 2011

Beijing, Pechino

Pechino, 1999
Beijing, 1999: Apartment Building

Andare a Pechino nel 1999 é stato l'avverarsi di un sogno (...prevedo che utilizzerò spesso questa locuzione nel blog. Scusate, é che da sempre ho avuto la doppia fortuna di sognare tanto e di vedere i miei sogni realizzarsi, a volte).
Da un documentario visto nei primi anni dell'adolescenza la Cina aveva destato in me una incredibile attrazione, una voglia di andarci, di esserci... credo sia il primo viaggio che ho desiderato tanto, e il primo "grande viaggio" che ho realizzato.

Ma Pechino non é la Cina rurale, non lo era già nel 1999. Incredibile che fossero passati solo 10 anni dai fatti di Piazza Tiananmen.Che poi é stato il primo posto visto di questa città, il giorno stesso dell'arrivo, una urgenza per cui non si poteva aspettare al giorno dopo. Ancora ricordo il colpo d'occhio su questa distesa immensa, l'emozione incredibile di essere lì.

A Pechino ho vissuto un mese, imbucata in un viaggio universitario di una mia amica (Liù, scusa se per un attimo sei diventata "una mia amica", perdonamelo!), vivendo in un pensionato universitario e facendo pure un corso estremamente basico di cinese!
Com'era Pechino? Direi work in progress...

Beijing, 1999: Working Hard

Era ancora la città prima del boom edilizio, economico, industriale. Anche culturale. Ma ci stava lavorando su, e parecchio.
Conservava tratti della Cina che io avevo immaginato: il centro storico con gli hutong, quartieri tradizionali fatti di casette basse e vicoli stretti, tra i quali spuntavano all'improvviso un tempio, una piazza. un giardino. un lago. Il lago!Hutong - Beijing
Il ricordo più bello di questa Pechino é stato un pomeriggio a divagare negli hutong, con la ferma intenzione di perderci, una immersione in quel che restava della Cina tradizionale nei meandri della metropoli moderna, e all'improvviso ecco che spunta un lago (a Pechino c'è tutto un sistema di laghi e canali artificiali) che pare un sogno, iniziamo un viaggio spazio-temporale, di colpo sembra di essere in un'altra dimensione: vecchietti che pescano, coppiette mano nella mano, tutto molto tranquillo e bucolico. Un pezzettino di paradiso.
Dopo poche centinaia di metri, però si usciva su una delle grandi arterie, con i suoi primi grattacieli, mi ricordo di uno bianco che all'epoca sembrava altissimo e ineguagliabile. Dietro l'angolo già c'erano i vari Mc Donald. E le implacabili ruspe.
Ma resistevano i mercatini all'aperto, le bancarelle serali di cibi strani( credo visitato la prima sera, e con l'aggravante del jet-jag il tutto ha assunto contorni onirici), il tai-chi agli angoli delle strade, le biciclette più numerose delle automobili.
Era insomma un po' la Cina, la Pechino che mi aspettavo. Con l'alzabandiera all'alba in piazza Tiananmen. Bancarelle improvvisate con copie sgualcite del libretto rosso ( ne ho comprato due!). Anche se la si vedeva correre frettolosamente verso non si sapeva bene cosa. Molte ruspe, molti cantieri. Molta fretta. Mescolata alla pazienza della città imperiale che già le ha viste tutte.


Pechino 2009
Tornare in un posto é sempre strano: spesso la seconda volta dà sensazioni molto diverse dalla prima, non si sa quanto dipende dal fatto che siamo cambiati noi e quanto dipende dal cambio del posto. Ma con Pechino é evidente. É un'altra città, completamente.
Ci sono tornata per andare a trovare Liù (sì, quella di 10 anni prima...) che nel frattempo vive qua. Arrivata in treno, attraversando la Siberia.
Sapevo che la città era cambiata, ma non potevo immaginare quanto. Il giorno del mio arrivo abbiamo fatto un bel tour in bici. irriconoscibile. Dove c'erano palazzi, ora ci sono grattacieli immensi, un traffico incredibile, autostrade, sopraelevate, traffico, smog, gente. Resistono gli hutong, ma decimati e ridotti ad attrazione turistica. Ma la pugnalata é stato ritornare al lago. É diventato... un posto per turisti, pieno di pub, ristoranti, pedalò per farsi il giro del lago. Con molta più gente, molti stranieri.
La Pechino del 2009 dà un senso di estraniamento, doppio: il senso di angustia che mi potrebbe dare qualsiasi enorme metropoli, unito al suo ancora presente (per fortuna!) carattere orientale. Passeggiare per Pechino è un po' uno shock. Ma ritornare sugli stessi luoghi dopo 10 anni senza riuscire a riconoscerli... triplo motivo di estraniamento.
La pechino del 2009, a parte essere la sorella grande, prepotente, moderna, abbastanza stronza e pure un po' troia, di quella di 10 anni prima, é anche la Pechino di Liù. E quindi, cene buonissime in ristorantini per due lire, feste varie di amici di amici, il famoso pub 2 kolegas, e soprattutto 798, l'area culturale in una zona periferica piena di spazi espositivi, eventi, concerti. Bello. Come andare a mangiare l'anatra in un hutong con un ciclorisciò. Come rivisitare il tempio del cielo, e vedere che almeno quello, non é cambiato.
E tutto il resto, é storia di un amicizia...

sabato 13 agosto 2011

Melfi

... forse é giusto così, cominciare, o ricominciare, dagli inizi.
Melfi, per chi non lo sapesse, é il mio paesino, che si trova in Basilicata, o meglio Lucania (già il fatto che una regione semi-sconosciuta ai più, abbia due nomi, uno politico-amministrativo, e uno più... popolare, culturale, storico, la dice lunga), terra di campi, di briganti, di lotte e di nullafacenti, di leggende, di miti, di agricoltura, di cieli sconfinati, di monti pietrosi, di vino, salsicce, di sassi, di poche parole e tutto sommato pochi fatti.
Ma parliamo di Melfi, che si trova qui:

Melfi ha circa 18.000 abitanti, o almeno questo é quello che pensano i suoi abitanti, e da circa 20 anni, la popolazione non è cambiata... o almeno questo é quello che pensiamo noi.
É un paese, é una cittadina... dipende dai punti di vista. La Melfi di adesso, 2011, non la conosco tantissimo, visto che ci torno per pochi giorni all'anno. E a dire il vero, non mi piace da impazzire. É come le altre, é come l'Italia di oggi, ha molte macchine, molti pseudo-fighetti, altrettanto pseudo-bulli... come in tutti i posti, la gente esce sempre meno di casa, chiudono i negozietti, aprono i centri commerciali, ci si muove in macchina, si bevono cocktail nei posti "in" e birre peroni nei posti "out".

Ma la mia Melfi é datata anni '80. É una città vista con occhi di bambina.
La mia Melfi é un borgo medievale, con un castello dicui si raccontano cose favolose, di principi venuti dal nord Europa a vivere qua per la bellezza dei luoghi.
Peccato che non si possa visitare questo castello, perché da tempo immemore (per me, da sempre) sottoposto a restauri. Melfi é la sua cattedrale che, prima del restauro e la sua rinnovata facciata bianca, era la chiesa scura della domenica mattina, che faceva un po' paura. Ma era bella da esplorare a passi silenziosi, mentre il prete diceva la messa, con tutte quelle candele... e magari riuscivo anche a convincere la mamma ad accenderne una.
Era la piazza col palazzo del comune e "la società operaia", dove uomini di mezza età stavano perennemente seduti a giocare a carte e bere birra. Era via Ronca Battista, nome di un famoso eroe della resistenza melfitana a non so quale delle tante invasioni, anche se meglio conosciuta come Santa Maria, per via della chiesa (sacro batte profano), via del passeggio invernale.
Era la Melfi delle 500, delle 127, ma soprattutto dei tre-ruote, mezzo diffusissimo e simpaticissimo. Era anche la Melfi dei contadini a cavallo degli asinelli, di Peppinella, il mio asinello che ricordo come in un sogno, dei greggi di pecore che attraversano il paese bloccando il traffico poco ordinato.
Era la villa, la passeggiata per il viale della stazione con il vestito buono e magari anche il gelato. Lo scivolo, le macchinine (una specie di circuito di 4 metri x 5), la fontana coi pesci rossi a cui buttare briciole di pane.
Era soprattutto la Melfi dei vicoli, del centro storico, dove si giocava a nascondini interminabili dalle 8 di mattina fino a notte fonda, dove le signore stavano sedute davanti la porta di casa nelle calde serate estive a fare due chiacchiere, dove le contadine come mia nonna vendevano frutta e verdura in piazza, o davanti la porta di casa, se la merce non era poi tanta ed avevano altre faccende da sbrigare.
Era la Melfi dell'alimentari sotto casa, del bar che vendeva "cicciopolenti" a 50 lire e gelati a meno di 500, del forno col suo odore di pane fresco, del macellaio, del pescivendolo dove comprare pesce fresco il mercoledì, ma solo una volta ogni tanto (si sa, il pesce é caro...).
Era anche la Melfi dei pre-fabbricati post terremoto, ancora visibili per tutti gli anni 80, 90 e 2000. La Melfi con pochi ricchi, che abitavano nei "quartieri alti" (ma perché i ricchi abitano sempre nei quartieri alti???), molti poveracci, molti zingari, faide familiari, morti con pistolettate in centro o accoltellati per vendetta.
Era la Melfi dei super santos, delle mercerie, del mercato ogni primo sabato del mese, dove andare a fare acquisti, dopo un estenuante contrattare. La Melfi dei "vu cumprá?", del marocchino uomo nero un po' temuto...
La Melfi delle telefonate dal centralino, della televisione in bianco e nero.
La Melfi delle giostre e concerti in piazza a ferragosto, della festa delle castagne in autunno, la processione dello Spirito Santo che scende dalla montagna in primavera e i falò in ogni piazza per Santa Lucia.

Prima della FIAT. Prima dell'adolescenza. Prima della lontananza che tutto offusca (e però lo fa più bello).